PAPA’ – ORIGINALI

Mio padre c’è stato in modo imponente, nel bene e nel male era uno di quei vecchi siciliani che ti attraversano da parte con lo sguardo, un uomo che ti imponeva delle scelte anche nel linguaggio e mi ha costretto a combattere per le mie scelte diverse dalle sue… la lontananza che spacciamo per reciproca conoscenza! 
Ci sono due post che da soli sarebbero esaustivi per il senso della mia vita e della mia scrittura. Uno è questo. Mio padre non lo avrebbe disdegnato perchè è breve e asciutto, avremmo poi litigato come sempre su tutto il resto, su questa sciocca esibizione del privato e sulla blogosfera in generale. Non ho più nessuno con cui litigare così. Ci sono sedie che restano vuote in modo definito e una parte di noi con esse.

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LA PACE AL TEMPO DEI BLOG

Placarmi un tempo mi appagava di più: mi restituiva la misura mia, il giusto senso del ritmo della mia esistenza. Non eliminava i motivi della discordia nè le basi ideologiche profonde di essa, le portava soltanto su un piano diverso e le mondava da inutili e controproducenti eccessi. Era così un tempo e così era, ma forse sbaglio, il mondo degli uomini che mi circondava. Non c’era internet, l’anonimato era relegato a ridicoli fogli bianchi scritti a stampatello o con caratteri trasferiti da altre fonti; al di fuori di ciò c’era il guardarsi in faccia o il non parlare del tutto. Lo scrivere su un foglio non è la stessa cosa di battere i tasti neri di questo PC, non lo è affatto! Leggere un libro, lasciarvi dentro un segno o il cuore, riprenderne certe pagine e rileggerle, carezzare le pagine o il dorso della copertina, infilarlo in una tasca e farsi accompagnare da lui durante la giornata non è come gestire un blog. Ho letto in giro della probabile chiusura della piattaforma Splinder: ci scrivono alcune persone a me particolarmente care, blogger che sono riusciti a nobilitare degnamente questo ambiente; Susanna mi ha detto dei suoi sogni, del vento che spira tra le sue righe, Mirka fa risuonare un pianoforte, tutti hanno accolto l’armonia e le fanno da volano per il web. Ma il web non ci ama amici miei, è una creatura vuota e senz’anima che vive parassitando il nostro spirito, riflettendo il nostro sentimento. Quando usciamo si spegne la luce e non resta nulla…questa è la sensazione che mi rode da circa un paio di anni. Se scriviamo coi nostri segni per lasciarli in eredità ad altri cuori e altre menti, se pubblichiamo noi stessi chinando il capo al trascorrere immutabile dell’esistenza, se ci abbiamo creduto veramente alla possibilità di essere altro dal nostro morire giorno per giorno…allora è difficile accettare che le nostre parole vengano fucilate da un evento elettronico e asettico. Da molto tempo sto vivendo ” l’idiozia della rete” in certi contatti e in certi commenti, la sento fatua e sciocca mentre mi fruscia accanto aspettando di contagiarmi e uccidermi a modo suo. Non sarà così! Morirò altrove con le parole scritte addosso e su un foglio di carta stampata: il senso vero e il cuore con l’emozione che si porta dentro sono già nell’aria, queste stanze sono un albergo provvisorio. La casa vera è dentro il nostro riconoscersi. Appurato questo grande e “originalissimo” concetto ribadisco che placarmi oggi mi lascia stanco e svuotato. Mi fa essere un sasso lasciato cadere dentro l’acque ferma di uno stagno: un peso che trascina con sè, sul fondo, tutte le grida e gli insulti, le inimicizie e le delusioni. Oggi questa pace mi annulla e mi delude, oggi raccoglie i miei anni precedenti e li porta davanti al tribunale della vita e lì la sentenza è già scritta. Placarmi o no mi lascia inutile. Scrivere mi ridà la vita che manca.