Kavafis

kavafis
Ai miei ventanni non conoscevo Costantino Kavafis, leggevo altro: i ciclostili del movimento studentesco erano più importanti ma in segreto poi scorrevo le pagine di Pasolini.
Fu lui a dirmi della omosessualità di Kavafis e il fatto mi fece impressione perchè allora i miei ormoni andavano in direzione opposta ( anche ora direi). Accantonai Costantino e misi sul piatto un disco di Bob Dylan, chi avrebbe mai pensato a lui come ad un nobel? Io per esempio ritenevo De Andrè un poeta capitato per caso tra il pentagramma ( ma ne riparleremo). Ma nel 1972 in una rivista di cui non ricordo il nome, forse l’Illustrazione Italiana, lessi l’opinione di un Nobel greco Ghiorgos Seferis: “Come tutti i poeti veramente grandi Kavafis non esiste al di fuori delle sue poesie”.
Bene dissi a me stesso, andiamo a ritrovare Kavafis, andiamo nella sua “tana breve”, Alessandria d’Egitto, perchè tutta o quasi nell’opera di Kavafis è dedicata ad Alessandria, il luogo da cui è impossibile fuggire.
Sono di Alessandria, dell’Alessandria moderna, i vicoli bui, i caffè e le stanze malfamate dove va a cercare l’amore; e il mare di Alessandria quello dove contempla il bel ragazzo di 25 anni che, liberatosi del vestito color cannella chiaro che il tempo aveva fatto scolorare, si bagna nudo al sole del mattino. Ma c’è anche l’Alessandria che Antonio “abbandonato dal dio” sta perdendo; c’è la città che guarda ammirata la porpora delle vesti di Cesarione, l’infelice figlio di Cleopatra; e poi c’è la città del poeta Ammone, “morto a 29 anni, nel 610”, quella di Iasis o Ignazio, giovani troppo amati e troppo presto morti. E quando anche nei suoi versi parla di re bizantini, delle satrapie dell’Asia minore, di colonie della Magna Grecia e dei mercati di Antiochia, è sempre implicita l’immagine della città che aveva compendiato e diffuso la cultura, la ricchezza, la sapienza, i piaceri del mondo greco tutto intero, quello che fiorì sulle rive del Mediterraneo fra l’epoca di Alessandro magno e l’invasione araba.

Per me era più che sufficiente per riaprire le sue pagine e scoprirvi un uomo raffinato, dominato dalla vocazione assoluta per la poesia, con un “pregio” particolare, raggiungere la fama quella vera solo dopo la morte; i suoi estimatori forse ritennero la notorietà come un fatto dovuto, i poeti hanno un senso del tempo diverso dal solito, sicuramente lo avevano Montale e Marguerite Yourcenair che lo presentarono al mondo della letteratura.
Orfano della sua leggenda, senza più il riverbero color porpora del mito dell’Alessandria letteraria, Kavafis si trova oggi paradossalmente avvantaggiato da questa asimmetria temporale che finalmente ce lo fa apparire nella sua modernità, fratello e contemporaneo di scrittori e poeti che come lui vissero le inquietudini di un’epoca -dalla fine dell’ottocento al primo dopoguerra- in cui il vecchio mondo stava finendo e il nuovo confusamente cercavo una sua configurazione. Sul confine di una inquietudine che fa scrivere in modo magnifico.
Kavafis sapeva e leggeva, possedeva il senso della storia, sapeva quanto essa incide sui sensi di un poeta: il repertorio letterario (Shakespeare e Dante, Plutarco e Dione Cassio, gli epigrammi alessandrini, le cronache bizantine, Svetonio, Gibbon, i simbolisti francesi) abitava nelle sue righe: lo estreva per poi ricomporlo in un insieme ricco e nuovo.

Era il 1975 e mi riappacificai con Kavafis e il suo universo destinato a durare più dei marmi ed i ricordi che il tempo crudele ha sottratto alla sua Alessandria.

IONICA
Se, frantumati loro simulacri,
noi li scacciando via dai loro templi,
non sono morti perciò gli dei.
O terra della Ionia, ancora tramano
l’anima loro ti ricorda ancora.
Come aggiorna su tela alba d’agosto,
nell’aria varca della loro vita un empito,
e un’eteria parvenza d’efebo,
indefinita, con passo celere,
varca talora sulle tue colline.

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