Matraxia

La signorina Matraxia mi amò, in un tempo lontano ed io amai il suo essere schiva e proibita; mi ripetevo, di tanto in tanto, più il suo cognome che il suo nome, quel suono così “greco”e deciso. Giulia Matraxia, mi accorsi di amare più il tuo muoverti altero che il sapore della tua bocca, e quindi ti lasciai. La settimana prima della nostra “fine”, guardandoci negli occhi, parlammo di tutto il resto che era come parlare di noi: ricordo bene la sensazione di galleggiamento instabile che tuttavia pareva piacere ad entrambi. Eri molto colta Giulia, fra le tue frequentazioni anche i personaggi importanti e le loro fisime; il libro che avevi fra le mani era di Pirandello,  quaderni di Serafino Gubbio operatore, non si trattava certo di un’opera erotica né tantomeno sentimentale; giocavamo Giulia, scherzavamo con fuoco nell’intento di bruciarci. Ritengo di essere stato abbastanza fortunato: la signorina Matraxia mi disse addio con un sorriso (fu l’unica) e mia madre ha ancora la forza di ridere dei miei tentennamenti. Mi lascerò alle spalle Agrigento, attraverserò la valle, i templi color miele e ,raggiunta la costa, andrò verso occidente e verso il sole che stasera mi racconta storie che possono avere ancora un futuro, anche qui, anche in quest’isola, anche per me.

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