Una cinquantina

Scorrendo i pochi commenti che arrivano qui e sull’altro blog mi sono reso conto che, incredibilmente, ci sono una cinquantina di persone che seguono ancora questi blog. Ciò in parte smentisce la mia idea che bastasse sospendere i commenti da voi per vedere morire i miei blog. Sono sorpreso.

Devo però osservare che un certo numero di Followers sono blogger che hanno solo provato ad aprire una pagina personale in rete, poi vi hanno rinunciato per chissà quali motivi.

Io vi leggo in un silenzio pressochè completo e non per una questione di partito preso; non commento per tre motivi fondamentali. Il primo è che spesso non vi è nulla da commentare per la vacuità degli argomenti che meglio si adatterebbero ad una chat, il secondo che il testo è già perfetto di suo e nulla vi è da aggiungere, il terzo è che su argomenti di ordine politico sociale la mia posizione è così diversa dalla vostra da  rischiare una sequela di querelle inutili e acide. Ma di questo avevo già parlato tempo fa. E’la questione del “meccanismo rotto”, quel danno che mi impedisce di scrivere un testo nuovo in questo ambito…è anche la coscienza di aver dato e scritto tutto quello che avevo dentro.

Solo un interloquio serio e approfondito e quindi stimolante mi permetterebbe di scrivere qualcosa di nuovo magari vestendolo con l’abito di un commento. Perchè no?

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SIRENE

So benissimo che c’è un prezzo da pagare per prostituire il proprio pensiero scritto ad una qualsivoglia rendita economica. Scrivere mi piace, tanto, è la mia unica grande liberazione, se la vendo muore: non subito magari ma prima o poi morirà. Le sirene lo sanno e continuano a cantare. Qui sui blog viviamo un’esistenza parallela riuscendo a rovinarci anche quella, è il segno inequivocabile della stupidità umana, della nostra comune impotenza di fronte a situazioni che nascono diritte e proseguono deformate dai nostri fantasmi. Io continuo a scrivere, non mi importa se e quanto virtuale sia questo gesto e i suoi diretti prodotti, ho imparato una sola chiara lezione finora. Una piccola banale cosa che la vita tempo fa mi ha buttato in faccia: conviene viverla facendo finta seriamente di niente, glissando sugli ostacoli nell’immediato, evitando di erigere altari per divinità transitorie che se ne fregano dei nostri sacrifici.
Ci siamo inventati immagini complesse, abbiamo infuso vita artificiale ad ectoplasmi e li abbiamo chiamati veri; adesso i nostri giorni ne sono pieni e le larve si muovono come se fossero autonome. Parliamo e discutiamo con essi con la fittizia sicumera di aver davanti interlocutori reali; da questo ne conseguono esaltazioni e rancori che quasi subito dimenticano la loro origine virtuale, si fanno designare come veri ed invece sono soltanto riflessi di un riflesso. Mascheriamo il niente e lo trucchiamo da primo attore, il resto della compagnia l’abbiamo licenziata. Io scrivo come se tutti i miei fantasmi avessero vita vera, le maschere che porto mi illudo di averle costruite io: ho una password, una tastiera e il sipario si è già alzato. Scrivo “come se”, vivo allo stesso modo. L’orgoglio mi pesa. Lo tengo a distanza ma lui si avvicina e, a volte, mi morde con sorprendente ferocia. La mitezza non è mai stata il mio forte, tengo duro, cerco di dimenticare, prego Dio tutti i giorni di farmi dimenticare, di darmi il dolce assenzio dell’oblio ma non vengo ascoltato. E’ la mia pena costante.